Dismorfofobia e disturbi alimentari: la mia storia

Ho impiegato alcuni anni per capire cosa stava succedendo e ci ho messo altrettanto per chiedere aiuto quando ho capito che mi stavo autodistruggendo.
È iniziato tutto durante il primo anno di liceo.
Quel che ricordo della mia infanzia mi fa parlare di quel periodo come di un momento sereno della mia vita. Ero una bambina solare, allegra, spensierata. L’adolescenza invece ha portato con sé cambiamenti che ho faticato a gestire: l’umore era altalenante, ho preso e perso peso con estrema facilità, il mio corpo stava modificandosi in maniera disarmonica. A 13/14 anni ho iniziato a sentirmi sempre triste, insicura, vulnerabile.

C’è una frase che circola su Internet, dice: “you never know what someone is going through, so be kind” (“Non potrai mai sapere che cosa sta affrontando una persona, quindi sii gentile”). Io ne ho fatto un po’ il mio motto di vita perché credo che il più delle volte non ci rendiamo conto di quanto le parole influiscano sulle persone che incontriamo. Quello che diciamo o ci viene detto può modificare profondamente la percezione di chi ci circonda e di noi stessi.
Per tant* la dismorfofobia e i disturbi alimentari iniziano così, dopo qualche “parola di troppo”. È quello che è successo anche a me, anche se non ricordo con esattezza quali sono state le frasi scatenanti.

La dismorfofobia viene definita come sensazione patologica e irrealistica che una parte del corpo sia deforme, che il corpo abbia un difetto, ma chi l’ha vissuta o la vive potrebbe dirne molto di più. Questa si scatena spesso durante l’adolescenza perché questo è il momento in cui un individuo riconosce e afferma la propria identità. Sfortunatamente, per molt*, quasi per tutt*, il riconoscimento e l’affermazione di sé passano dall’approvazione dei coetanei. I riferimenti dell’infanzia, i “genitori” e gli “adulti” in generale, iniziano a diventare figure di sfondo, il parere degli amici e dei compagni di scuola inizia a contare molto di più.

Ora vi vorrei chiedere di far caso a quanto, soprattutto nei discorsi delle ragazze e delle donne, il tema del corpo e dell’alimentazione sia presente.
Oggi ho mangiato troppo!”, “Sai che sono a dieta?”, “Dovrei dimagrire…”, “Hai visto com’è dimagrita/ingrassata?”.
Quante volte avete sentito pronunciare queste frasi?
A 14 anni, quando sono arrivate le prime cotte e ho cominciato ad interrogarmi sul fatto che i ragazzi che mi piacevano potessero ricambiare i miei sentimenti, a pensare al mio corpo come ad un qualcosa che avrebbe dovuto attrarre l’altro sesso, sono stata sommersa da questo tipo di commenti, fossero essi rivolti a me o ad altr*.

Da qualche anno l’ideale estetico – che in quanto tale cambia nel corso dei secoli, dovremmo mettercelo bene in testa – è quello della magrezza. Questa viene considerata come una sorta di valore aggiunto alla validità di una persona.
E tu, ragazzina di 14 anni, vista la valanga di modelli che ti vengono proposti, inizi a pensare che se non sei abbastanza magra, se non sei come quel modello che ti viene proposto, non verrai considerata interessante o bella e non piacerai a nessuno.

Due patologie indicate come conseguenze della dismorfofobia sono la depressione e l’ansia. Posso dire di aver vinto il jackpot. Non mi stupisco del fatto che io riesca a ridere su temi così seri e gravi perché oggi, anche se lo spettro di quegli anni mi accompagna ancora, nella maggior parte dei casi riesco a mantenere la lucidità che mi serve e ha guardare tutto questo dall’esterno.
Ma ai tempi però facevo diete massacranti per poi mangiare di nascosto tutto quello che trovavo quando nessuno poteva vedermi per riempire un vuoto, un’insoddisfazione, una tristezza che non riuscivo a spiegarmi e a spiegare.
Dopo mi aggrediva l’ansia: avevo “peccato”, dovevo rimediare all’errore. Le prime volte mi sentivo male e vomitavo spontaneamente. Poi il mio corpo ha cominciato ad abituarsi e il vomito sono arrivata a provocarmelo da sola.
Ho scoperto solo tempo dopo che questa cosa si chiama “bulimia”.

Quello che fatico a fare oggi è ripensare alla sofferenza che ho causato a me stessa ma, in primis, alla mia famiglia. Mio padre ancora ricorda quella volta che a cena scoppiai a piangere perché avevo fame. Ero riuscita a perdere tanti chili facendomi seguire da una persona che non era nemmeno titolata per farlo. Ai miei occhi tuttavia era più che valida perché capace di far dimagrire tanto e in poco tempo una ragazza che conoscevo e io volevo più di ogni altra cosa che le nostre amicizie in comune e tutti gli altri mi ammirassero come avevano iniziato a fare con lei. Papà mi portava in quello studio non senza timore e molte perplessità ma lui, nel suo immenso amore per me, voleva solo vedermi felice. Quella dieta mi affamò, nel vero senso della parola, arrivai a piangere davanti ai miei genitori perché non ce la facevo più.

Sono andata avanti così per tre anni. Non avevo parlato a nessuno, nemmeno ai miei amici più cari, di quello che mi stava succedendo. Mi vergognavo. Un giorno però il vaso di Pandora si è aperto e tutto lo schifo che sentivo dentro è riuscito ad uscire. I miei genitori mi hanno aiutato: l’amore, la fiducia, il rispetto che abbiamo sempre provato l’uno per l’altra mi hanno aiutato a capire il problema e a parlarne.

Ho finito il liceo e durante gli anni dell’università ho iniziato a fare tanto sport che in parte mi ha aiutato ma sono cascata in un’altra trappola, quella dell’ortoressia.
Mi allenavo anche se non avevo voglia, contavo i macronutrienti e controllavo le calorie delle cose che mangiavo. Nel mio corpo potevo solo introdurre ciò che era “sano”, mangiavo “schifezze” a fatica e agli “sgarri” seguivano momenti di puro terrore, nei quali il senso di colpa mi massacrava. Non vomitavo più però continuavo ad essere insoddisfatta, ad odiare il cibo e a colpevolizzarmi.
Per fortuna, questo periodo è durato solo un anno. Poco dopo ho avuto una relazione che mi ha permesso di mollare un po’ la presa, di smetterla di cercare di avere continuamente il controllo sul mio corpo. E, proprio grazie a questa, ho anche capito che non potevo continuare a far risolvere i miei problemi dagli altri.

Ho capito che non ci sarà sempre qualcuno a tirarmi fuori da queste situazioni e mi sono detta che dovevo capire come salvarmi da sola perché il critico più feroce di me stessa ero io, ero diventata mia nemica. Dovevo imparare a smetterla di darmi addosso, ad essere meno implacabile nel dare giudizi su di me.

Andare in terapia mi ha aiutato e avere qualcuno con cui posso capire tante cose di me mi ha fatto solo bene. Penso che, se così non fosse, non parlerei di queste cose con così tanta libertà. Oggi ho un rapporto molto più sereno con il cibo e con me stessa, non mi odio più.
Se riguardo le foto di quegli anni mi vedo molto “più magra” di quanto posso essere adesso ma so che dentro di me ero tutt’altro che felice. E mi disprezzavo perché non riuscivo a smettere di mangiare per essere quella versione di me che pensavo gli altri avrebbero apprezzato, amato, non pensavo a quello che volevo io.
Oggi sto meglio, anche se so che con tutto questo continuerò a conviverci forse per sempre. Non nego che mi fanno ancora effetto certi commenti ma oggi riesco a non fissarmi su certi pensieri, lascio andare tante cose.


Vorrei che questa storia riuscisse ad aiutare qualcun altro a farlo e che, sì, le cose andranno meglio.

Vorrei dirvi che voi siete molto di più: più di un corpo, più delle vostre imperfezioni, più di quello che potrebbero dire gli altri sul loro o sul vostro peso. Anche io sbaglio e spesso sono ancora vittima di questo tipo di logiche. Ma tutti insieme dovremmo iniziare a smettere di fare continui commenti sul peso nostro e delle altre persone. Smettere di dire: “sei dimagrita!” come se fosse una vittoria personale – anche perché si dimagrisce o si ingrassa per così tanti fattori che potremmo stare qui a scrivere un altro milione di parole-, o “ma no, dai, stai bene!” con quel tono un po’ pietoso che implicitamente presuppone un “però potresti fare di più”.
Le parole contano e dovremmo pensare più alla nostra salute mentale e fisica che alla nostra immagine, dovremmo pensare più a “stare bene” nel complesso che all’ essere bell* o magr*, dovremmo pensare ad essere contenuto piuttosto che contenitore.

Concludo aggiungendo che, se avete bisogno di aiuto, se sentite che la situazione vi sta sfuggendo di mano, fatevi aiutare. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere aiuto: non siete imperfetti o deboli, siete umani.

Sarebbe bello riuscire a fermare questa tendenza all’omologazione dei corpi che fa male a tantissime ragazze e donne (ma anche a tanti uomini) perché penso non ci sia cosa più bella di un mondo dove ognuno possa essere libero e orgoglioso di se stesso, senza bisogno di fare dannosi sacrifici.
Dove sia possibile farsi conoscere e amare semplicemente per quello che si è.

Eleonora Panseri

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