Partenogenesi: quando il maschio non è indispensabile

Partenogenesi: quando il maschio non è indispensabile

Emma Dante, da abile artista poliedrica, ha portato sul palco la partenogenesi con la forza che solo una provocazione può avere. Letteralmente dal greco παρϑένος “vergine” e γένεσις “generazione”, indica un modo di sviluppo dell’uovo che prescinde dalla fecondazione. Invertendo il sesso tra i Medea e Giasone di Euripide la Dante crea un paradosso: lei è l’uomo che rinfaccia di non averle chiesto il permesso di sposare un’altra donna. Lui invece esprime il desiderio di procreare da solo, attribuendosi una capacità esclusivamente femminile. Che un uomo parli di partenogenesi è quasi un affronto.

Gli esempi di partenogenesi in natura sono diversi: le più famose a ricorrervi sono le api. L’ape regina esercita un controllo capillare sulle nascite decidendo se ha bisogno di più femmine operaie o di maschi: nel primo caso fa fecondare le uova, nel secondo invece attua la partenogenesi. Infatti, limitandosi i maschi all’attività riproduttiva o poco più, ne è sufficiente un numero minore rispetto alle laboriose femmine. In questo modo, si riesce a mantenere un equilibrio perfetto misurato sulle necessità dell’alveare.

Ma veniamo al genere umano. Molte donne si imbattono in un dilemma insormontabile: il desiderio di maternità frustrato dal non aver trovato un partner adatto. Anche se è biologicamente impossibile, proviamo ad immaginare un mondo in cui le donne possano decidere di tramandare il proprio patrimonio genetico in totale autonomia. Intendo una totale autonomia: nessuna donazione di gameti, ma una vera e propria autoclonazione. Partenogenesi, come le api. Fantastico no? Basta sentirsi fare la ramanzina dalla zia di turno che, siccome ha sopportato a malincuore il marito per cinquant’anni, non si capacita del fatto che tu non sia riuscita a trovare un uomo con il quale procreare. D’altronde, i cinque figli che le ha donato sono la luce dei suoi occhi. Annichilirsi per stare accanto ad un uomo è un concetto che va sempre meno giù alle nuove generazioni di donne. Costituire una famiglia composta da madre e figlio/i farebbe quindi gola a tante.

Ma il sesso? Beh, nulla toglie che si continui a praticare a scopo ludico. Puro divertimento, fatto alla maniera che agli uomini è concessa da secoli. “Tanta ginnastica e poche responsabilità”, sicuramente è questo il motto di chi tramanda il proprio patrimonio genetico senza assumersene la paternità. La maternità invece molte donne vorrebbero prendersela a piene mani senza interferenze maschili, come il Giasone di Emma Dante.

In tutto questo, però, bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare. I maschietti che decidono di farsi carico del ménage familiare sono sempre di più. Ultimamente abbiamo assistito a licenziamenti illustri: Mr. Zalando ha lasciato la co-presidenza del colosso dello shopping online per occuparsi dei figli permettendo alla moglie, giudice, di coltivare la propria carriera. Poi c’è Douglas Emhoff, marito della Vicepresidente eletta degli Stati Uniti Kamala Harris, che ha deciso di lasciare il prestigioso studio legale del quale era partner. Si parla di privilegiati, questo è vero, ma i comuni mortali si accontentano di molto meno. Basterebbe un congedo di paternità ben pensato, così da permettere alle madri, se non di arrivare a ricoprire prestigiose cariche, almeno di garantirsi l’indipendenza economica per la quale le nostre nonne hanno lottato tanto. Ma, soprattutto, non rimpiangere di non essere nate api.

Chiara Barison

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