Le donne e le arti: tutto è permesso ma nulla conta

Le donne e le arti: tutto è permesso ma nulla conta

“Chi le capisce è bravo”: il più grande luogo comune di sempre. Noi donne siamo misteriose, chiuse, “dolcemente complicate”. E siamo state tenute nascoste per bene, prima che iniziassero a capirci e si accorgessero che siamo anche valide. Infatti, nei secoli una gran parte dei personaggi memorabili è uomo. E spesso lo siamo tutt’ora…


Quante donne ci sono nei libri di storia? Nelle antologie di letteratura e di filosofia?
Quanti teoremi portano un nome di donna?
Quante prime ministre?
E potrei andare avanti così per ore.

Da donna c’è questa cosa che mi domando sempre: perché in secoli di cultura, arte, scrittura, etc… ci sono così poche donne note?
Sicuramente una coincidenza. Oppure esiste davvero qualcuno che crede che per ogni Dante, per ogni Shakespeare, per ogni Picasso non possa esistere un corrispettivo femminile?

Ammettiamolo, sì, fa male ma è vero: l’accesso alla formazione superiore è stato negato alle donne di qualsiasi estrazione sociale per secoli. Potremmo essere capaci di scrivere “La Divina Commedia” senza studiare letteratura? No. E quando abbiamo avuto la possibilità di studiare si trattava comunque di un privilegio delle élite. Mentre sappiamo che alcuni grandi autori passati alla storia arrivavano anche da ceti sociali inferiori, non elitari.
E se teniamo conto del fatto che le donne hanno avuto accesso all’istruzione più elevata, da quanto? Un centinaio di anni? Mi piacerebbe esser viva tra altri 100 anni per riprendere questi temi e fare un confronto.
Ora, facciamo quella cosa divertente che si fa a volte ma che spesso si preferisce ignorare perché i numeri rendono le cose molto più evidenti: contiamo.

Facciamo un giro alla Pinacoteca di Brera (VIRTUALE, QUI). Ho contato 3 donne: Fede Galizia, Marianna Calevarijs, Antonietta Raphael de Simon Mafai. Quasi quasi spero di aver visto male e di non averne contate altre per errore mio, accecata dal nervoso. Infatti, per gli uomini ho smesso quando sono arrivata a 58. La disparità mi sembrava già abbastanza evidente e ormai mi borbottava anche il colon (e, comunque, basta uno scroll sulla pagina per vedere che si va ben oltre i 58 artisti…).

Prendiamo la musica, oggi apparentemente più egualitaria di altre arti e, come dice Marina Abramovic, in una gerarchia artistica, la più elevata di tutte. Facciamola facile e consideriamo solo la musica moderna (perché se torniamo indietro nel tempo la situazione è tragica: in anni di studio di pianoforte, in mezzo agli spartiti di Chopin, Bach, Beethoven, Mozart, ricordo solo una compositrice, Clara Wieck Schumann, che è pure passata alla storia con il nome del marito!).
A prescindere dalle disparità di trattamento nell’industria musicale, dalla credibilità, dai sacrifici che si chiedono alle donne ma non agli uomini, guardiamo solo il risultato finale. Aprite Spotify e selezionate la vostra ultima playlist: quante canzoni cantate/scritte da donna e quante da uomini ci sono?
Io amo il cantautorato italiano ma indovinate un po’ nelle playlist tematiche di Spotify quante cantautrici troviamo? Ve lo dico io, c’è spazio per una sola: Carmen Consoli. L’unica in un mondo di uomini, brava da lacrime agli occhi e più sottovalutata di Samuele Bersani (e tra l’altro confesso che “En e Xanax” è stata la canzone che più ho ascoltato nel 2020, maledette statistiche di Spotify che mi fanno notare che anche se non vuoi rischi di essere maschilista perché il patriarcato è talmente radicato nel mondo di oggi che abbatterlo è difficile pure se ti definisci “femminista”!). Vi prego, ditemi che la vostra ultima playlist è composta al 100% da canzoni di Beyoncè e fatemi felice.

E parliamo di letteratura, il mio argomento preferito.
Si pubblicano tante donne, vero. Si pubblicano da tanti anni, vero. Ma vengono prese in considerazione come gli autori? No.
Non guardiamo il mercato per un attimo, ma concentriamoci sulla qualità delle opere. Analizziamo il premio per eccellenza della letteratura italiana, lo Strega: 11 vincitrici e 72 vincitori dalla prima edizione del 1947 (e se la disparità non vi sembra abbastanza, pensate che ci sono anni in cui non c’è neanche una scrittrice candidata). E facciamo pure i loro nomi, perché sono immense e se lo meritano: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, Maria Bellonci, Maria Teresa di Lascia, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini, Melania Mazzucco, Helena Janeczek.
Sottovalutate e mai considerate degne abbastanza, c’è sempre quel “pff, l’ha fatto una donna” come sottofondo maschilista ad ogni opera. Ed è tutto causa e conseguenza. Si leggono poche donne, perché se ne pubblicano poche. In libreria si vendono poco e nelle classifiche dei libri più venduti non ne appaiono troppe, diciamocelo. Quindi, se il mercato non le recepisce, non si pubblicano ma, se non si pubblicano, non c’è possibilità di vendere. Si apre allora un circolo vizioso che dovrebbe essere interrotto. Ma come e quando non è ancora chiaro.

A conti fatti, una sola domanda: MA PERCHE’?
Credo sia estremamente difficile dare un’unica risposta che tenga conto della moltitudine di fattori che in millenni di storia ci portano a questi risultati.
E probabilmente è proprio questo il punto: la storia ci insegna che ci hanno tenuto nascoste e ci hanno considerate inferiori. La situazione sta forse cambiando negli ultimi anni ma con una lentezza pachidermica che da donna più o meno giovane faccio fatica ad accettare.
E siamo oneste: nonostante millenni di storia, i primi movimenti femministi nascono negli anni ‘60. Come possiamo pensare di ribaltare completamente la situazione in meno di un secolo? I cambiamenti epocali sono tali perché effettivamente ci mettono epoche ad avvenire.

Siamo forse pronti ad accettare che una donna sia valida quanto un uomo? Siamo pronti ad accettare che una donna possa scrivere un romanzo migliore di uomo? Possiamo accettare che una donna sia preparata tanto quanto, se non più di un uomo? Forse no. Ma dobbiamo incominciare a farlo ora.

Ci hanno tenuto nascoste, è vero, ma ci siamo, abbiamo valore, siamo brave tanto quanto gli uomini. Abbiamo fatto la storia anche noi, pure se non emergiamo nei libri di scuola. Abbiamo aspettato secoli che ci rivalutassero e ci considerassero degne a prescindere dagli uomini (non è Simone de Beauvoir ad essere l’ombra di J.P. Sartre, ma allo stesso tempo è lei che si è presa l’onere di mettere a punto “La Nausea” fino a renderlo uno dei capisaldi della letteratura francese del ‘900, lo sapevate?).

Confesso che sogno da sempre che dietro Elena Ferrante ci sia un uomo perché, dopo secoli in cui noi donne ci nascondiamo dietro pseudonimi maschili, vorrei tanto che un uomo sentisse la necessità di nascondersi dietro un nome di donna per essere riconosciuto come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei.
E vi assicuro che siamo stufe di esser considerate meno di un uomo, di esser viste come quelle inferiori e di leggere articoli di giornale che fanno notare che ogni tanto siamo “brave come un uomo“, che siamo mamme prima che professioniste, che il Nobel per la letteratura l’ha “vinto una donna” e non “Louise Gluck, Poetessa”.

di Eleonora Scialo,
milanese di fatto, ma non di nascita, una laurea in economia per lavorare nell’azienda di famiglia ma a 31 anni non è ancora sicura sia quello che vuole fare da grande. O forse lo sa e sta lentamente aprendo il cassetto per liberare il suo sogno. Arriva sempre in ritardo per colpa del suo cane ed è femminista non estremista.

5 risposte a “Le donne e le arti: tutto è permesso ma nulla conta”

  1. Purtroppo, nella storia, tantissime donne hanno avuto un grande valore ma sono state sempre oscurate dal maschilismo che c’è stato sino allo scorso secolo e che ancora è vivo anche oggi, purtroppo.
    Nonostante ciò, la storia ci ha permesso di conoscere grandi nomi femminili.. Maria Montessori, Montalcini, Marie Curie e via dicendo 🙂

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