A cosa servono (davvero) le quote rosa

A cosa servono (davvero) le quote rosa

Con il termine “quote rosa” si intende un provvedimento, solitamente temporaneo, che ha lo scopo di riequilibrare la presenza di uomini e donne nelle sedi decisionali (Cda, sedi istituzionali elettive, ecc…) rendendo obbligatoria la presenza femminile. Si mira così a ridurre la discriminazione di genere consentendo alle donne di sfondare il glass ceiling (soffitto di cristallo), ossia la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere a incarichi prestigiosi.

In Italia, il termine stesso è impregnato di stereotipi. Le quote sono state colorate di rosa, il colore femminile per definizione. Sono rosa i vestiti delle bambole, rosa i romanzi a portata di intelletto femminile e definiti rosa pure i farmaci in grado di liberare dalle sofferenze mestruali. Un modo per farci vivere una vie en rose quando la situazione reale è invece piuttosto noire.

Se le donne non sono al potere, non saranno rappresentate politicamente, e se non sono rappresentate politicamente significa che non riescono a raggiungere i vertici. Un cane che si morde la coda.

Innanzitutto, chiamarle gender quotas all’anglosassone rende molto più chiaro il loro reale compito: non favorire le donne in quanto tali, ma garantire un’eguale partecipazione dei generi ai tavoli decisionali. Di fatto, sono norme antidiscriminatorie nei confronti della categoria sottorappresentata (ahimè, le donne). Questo non significa che prescindano dal merito: il motto è “Equality = Quality”. La parità è sinonimo di qualità. E no, non c’è discriminazione al contrario: ogni posto occupato da una donna grazie all’imposizione delle quote rosa, se queste non ci fossero, sarebbe ricoperto da un uomo. Sia chiaro, non perché più capace, ma perché maggiormente rispondente alle logiche del potere maschilista alla base della nostra società. Proprio per questo le quote non solo non sono la soluzione definitiva, ma devono essere accompagnate da altre misure.

Il principale nemico della donna al potere è proprio il ruolo di angelo del focolare che le viene affibbiato da sempre. La distribuzione diseguale del lavoro domestico e i numerosi stereotipi di genere dissuadono le donne dall’intraprendere una carriera all’interno di una società o in politica.

Perché no, le donne non sono una minoranza, ma sì, devono essere tutelate. Il paradosso del secolo, che vede il genere femminile come una specie in via d’estinzione che potrà salvarsi solo grazie alla protezione dei virili ma premurosi maschi, può trovare la sua fine ribaltando la prospettiva. La politologa inglese Rainbow Murray propone di non presentare il problema come una carenza di rappresentazione femminile ma piuttosto come un eccesso di rappresentanza maschile. Così facendo, le quote non sarebbero più il numero minimo di posti riservati ai rappresentanti di un sesso ma, al contrario, un limite massimo da non superare per garantire una situazione di parità. Un cambiamento in tal senso permetterebbe di percepire le donne come una componente della dialettica politica al pari degli uomini, e non come “ulteriori” da proteggere alla stregua di una minoranza.

Nonostante le donne costituiscano la metà della popolazione italiana, solo un terzo ricopre cariche politiche nazionali. A livello locale si arriva a malapena a un quinto. Un primo significativo passo è stato compiuto dalla Consulta che, con sentenza n. 49/2003, ha superato il principio di parità astratta affermato nel 1995. Sempre nel 2003 la riforma costituzionale ha cambiato il testo dell’art. 51 della costituzione (che stabilisce il principio della parità dei sessi nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive) integrando la previsione dell’adozione di appositi provvedimenti per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini. Con l’obbligo legislativo delle “quote rosa nei Cda” introdotto nel 2011, oggi il 40 per cento dei membri di consigli di amministrazione e di collegi sindacali in società quotate in borsa deve essere femminile. Sul versante politico il cambiamento è stato attuato solo nel 2012. Questo ha permesso il salto da un misero 13 per cento del 1994, all’odierno 36 per cento di presenza femminile nel nostro Parlamento.

Il problema però persiste a livello di potere decisionale. Troppo poche le donne alla presidenza delle commissioni parlamentari, fondamentali per l’iter legislativo (e quindi decisionale). Se il legislatore non è anche donna le leggi non saranno mai abbastanza inclusive.

Chiara Barison

Una replica a “A cosa servono (davvero) le quote rosa”

Rispondi a Mario Draghi e il rilancio del Paese: serve il «coinvolgimento delle donne» – Quote Rosa Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: