Abortire in Italia

L’aborto o Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) in Italia è stato depenalizzato solo nel 1978 con l’introduzione della legge n. 194. Fino a quel momento era possibile trovarlo nel codice penale tra i “reati contro l’integrità e la sanità della stirpe”. In poche parole, era più importante garantire un seguito al popolo italiano che tutelare la vita e la salute delle donne.

Questi concetti, letti con la sensibilità di oggi, possono sembrare anacronistici e superati. Bisogna però considerare che il reato di procurato aborto si inseriva nel codice penale entrato in vigore nel 1930, in pieno ventennio fascista, un periodo che dava moltissima importanza alla questione della razza. Oggi troviamo ancora l’aborto come reato se procurato senza il consenso della donna oppure causato da una condotta colposa.

Dopo anni di lotte e morti a causa del ricorso a pratiche clandestine, la legge 194 del 1978 registra il cambio di passo. Le donne non vogliono più essere madri a tutti i costi, ma si fa strada il concetto di maternità come scelta. Soprattutto tra le classi più povere, le donne non potevano permettersi di avere troppi figli perché questo avrebbe impedito loro di lavorare.

Ma cosa prevede di preciso la legge?

Innanzitutto, il principio cardine è la tutela della salute fisica e psichica della donna, di conseguenza la gravidanza può sempre essere interrotta in caso di grave pericolo per la vita della gestante o del feto. Significa che nel caso in cui venissero diagnosticate patologie incompatibili con la vita, oppure malformazioni che potrebbero rendere rischioso portare a termine la gestazione, è possibile ricorrere all’Ivg in qualsiasi momento.

In assenza di fattori di rischio, il diritto di interrompere la gravidanza è garantito entro e non oltre i primi 90 giorni dall’inizio della gravidanza che decorrono dall’ultima mestruazione.

Oltre alla possibilità di abortire chirurgicamente, nel 2009 è stato introdotto il cosiddetto aborto farmacologico attraverso l’assunzione della pillola Ru486. La pillola abortiva non deve essere confusa con la pillola del giorno dopo. La seconda è infatti un contraccettivo d’emergenza ed è possibile acquistarla in farmacia senza ricetta medica. Deve essere assunta possibilmente entro le 24 ore dopo il rapporto a rischio e impedisce la fecondazione.

Al contrario, la pillola abortiva Ru486 può essere somministrata solo in caso di accertato stato di gravidanza e costituisce una valida alternativa all’aborto chirurgico. I dati che emergono dall’ultima relazione del Ministero della salute sono però sconfortanti: solo il 21% delle donne italiane ricorre all’Ivg farmacologica contro una percentuale che sfiora il 100% in Finlandia.

Tenuto conto dei minori rischi per la salute della donna, anche solo in termini d’invasività della procedura, la bassissima percentuale si spiega tenendo conto di due fattori. In primo luogo, la maggior parte delle Regioni prevede un regime di ricovero ordinario fino all’espulsione del prodotto del concepimento. Inoltre, a differenza degli altri Paesi europei, fino a poco tempo fa in Italia era possibile ricorrere alla RU486 solo entro le 7 settimane invece di 9. Le linee guida del Ministero della salute sono state aggiornate in tal senso solo nel mese di agosto 2020.

Quanto ai luoghi, la legge prevede che ogni donna possa abortire rivolgendosi alle strutture sanitarie pubbliche: in pratica, non è così. Visto l’altissimo numero di ginecologi obiettori di coscienza, in alcune zone d’Italia la 194 è quasi lettera morta. Secondo quanto riportato dall’associazione Luca Coscioni, fino al 2017 in Lombardia gli obiettori di coscienza erano circa il 66 per cento. Questa situazione porta le donne a rivolgersi a medici che praticano l’aborto privatamente, costringendole a sostenere un costo che per alcune può essere un deterrente.

Le stime parlano di un dato che oscilla tra le 10 e le 13 mila donne l’anno che evitano le strutture ospedaliere per interrompere una gravidanza. Insomma, in Italia l’Ivg non è per tutte e in alcuni casi comporta una selezione su base censitaria.

Chiara Barison

3 risposte a “Abortire in Italia”

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