La “troppa vita” dimenticata della poetessa Antonia Pozzi

«Quando la nomino non la conosce nessuno». Se ne stupisce ancora, dopo anni, Valeria Torresan, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano. Mai il programma della sua facoltà si è imbattuto nel nome di Antonia Pozzi. Eppure Eugenio Montale l’aveva inserita, unica donna, tra i più grandi poeti del ‘900. Valeria aveva letto per caso i suoi versi e ne era rimasta folgorata: «Ho deciso di fare la tesi su di lei, sentivo che mi chiamava». Ne è rimasto affascinato anche Paolo Cognetti, scrittore premio Strega, che ha curato la raccolta «L’Antonia», pubblicata pochi mesi fa.

Antonia Pozzi, poetessa nata nel 1912 a Milano, oltre a essere concittadina di Valeria, frequentava la stessa università. Nelle stesse aule ha affinato il talento poetico. Ciò nonostante la città non la ricorda, niente parla di lei e della sua arte. Valeria è la prima ad ammetterlo: «Mi sono stupita di aver trovato alcune sue poesie appese ai muri della stazione Garibaldi e il suo viso è raffigurato su una facciata dell’Istituto alberghiero Pasolini. È qualcosa, ma si potrebbe fare molto di più».

Antonia Pozzi non era solo una stella nascente della letteratura, era anche figlia di una famiglia prestigiosa: padre avvocato e madre di stirpe nobiliare, discendente di Tommaso Grossi. Eppure, secondo lo storico Gianfranco Scotti, furono proprio i genitori, alla morte prematura della figlia, a nascondere per lungo tempo il suo talento: «Il padre era un uomo duro, un fascista. Non perdonò ad Antonia la fine che aveva deciso per se stessa».

La ragazza, infatti, si uccise in una fredda mattina del dicembre 1938, a soli 26 anni. Salutò i suoi studenti dell’Istituto Tecnico Schiaparelli di Milano, dove insegnava Lettere, disse loro «fate i bravi», poi salì in sella alla sua bicicletta e pedalò fino all’abbazia di Chiaravalle, nella periferia della città. Si stese nella campagna innevata lì attorno e ingerì una dose letale di barbiturici. I genitori, a cui Antonia aveva lasciato una lettera,  fecero di tutto per evitare che la notizia di una fine così vergognosa si spargesse e ignorarono i componimenti di Antonia, da cui già si poteva presagire il peggio. Una sua breve poesia recita:

«E poi – se accadrà ch’io me ne vada – Resterà qualche cosa / di me / nel mio mondo - / resterà un’esile scia di silenzio / in mezzo alle voci - / un tenue fiato di bianco / in cuore all’azzurro»

Antonia aveva ragione: dopo la sua morte, attorno a lei e ai suoi versi si formò uno strato di oblio, reso ancora più spesso dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. Fu Eugenio Montale il primo ad accorgersi, nel 1945, del valore della Pozzi, curando la prefazione della sua prima raccolta di poesie. La definì: «Una voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina. La purezza del suono e la nettezza dell’immagine erano il suo dono nativo». La sua stima nei confronti della poetessa milanese non sfiorì con il tempo: «Quando fu chiesto a Montale, negli ultimi anni della sua vita, chi fossero per lui i più grandi poeti del Novecento, egli collocò nel novero, unica donna, Antonia Pozzi. Da allora si ebbe la sua rivalutazione, che la inserì nelle voci autorevoli della “linea lombarda”», spiega Scotti.

Ma anche nel percorso di riscoperta di Antonia Pozzi, Milano non compare tra i protagonisti. Il contributo più grande lo diede, infatti,  suor Onorina Dino, di Pasturo, piccolo paese in Valsassina. Fu lei a raccogliere e custodire con affetto le poesie che Antonia aveva scritto durante i mesi di villeggiatura. La città la opprimeva e Pasturo era il suo rifugio, come testimoniano i suoi versi:

«Giungere qui – tu lo vedi - / dopo un qualunque dolore / è veramente / tornare al nido»

«Antonia non aveva un grande rapporto con la sua città natale», racconta Scotti, «Provava più trasporto per la natura e adorava le montagne di Pasturo. Sentiva che Milano non l’aveva capita».

Meno ancora sembravano capirla i suoi genitori che avevano ostacolato l’amore tra la figlia e il suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi. «Antonia si innamorava spesso dei suoi compagni di scuola o di università, senza mai venire corrisposta. Ma solo Cervi fu l’amore della sua vita. La famiglia fece di tutto per impedirle di sposarlo, prevedendo per lei un matrimonio all’altezza della sua classe sociale», spiega Scotti.

Da qui il legame gelido con il capoluogo lombardo che non le permetterà mai di trovare la pace. Come analizza lo storico: «In lei si alternavano delusioni e speranze. La sua forza sta in aver tradotto queste emozioni in versi brillanti di purezza, senza tempo». Antonia sapeva come scavare nell’anima, tra burrasche e passioni ardenti: la letteratura, i viaggi, la montagna, l’arrampicata, la fotografia. Persino quando si tolse la vita, non lo fece per aridità di spirito ma, al contrario, per l’incapacità di incasellare il proprio estro nei rigidi limiti imposti dai genitori e dalla società. Lucida e tenace, i suoi versi parlano, postumi, per lei:

«Per troppa vita che ho nel sangue, tremo»

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